Sicurezza sul lavoro: chi non partecipa alla formazione è licenziabile

Una sentenza che rivede e rafforza, da entrambe le prospettive, diritti e doveri del datore e del lavoratore

Tra i motivi principali che fanno della formazione un investimento imprescindibile, vi è la volontà di far acquisire ai lavoratori le capacità per svolgere al meglio le proprie funzioni, di sostenere i sistemi produttivi e far ottenere alle imprese vantaggi nei propri settori di competenza. Il Testo Unico della Sicurezza, infatti, impone che il datore di lavoro eroghi ai suoi lavoratori una formazione minima obbligatoria sulla sicurezza sul lavoro. Se da una parte risulta ormai chiaro e sacrosanto che i datori di lavoro debbano assolvere il dovere di fornire un’appropriata formazione ai propri dipendenti, dall’altra anche su questi ultimi incalza l’obbligo di prendervi parte.

Proprio questo argomento è stato al centro di una recente sentenza (Cassazione Civile, Sez. Lav., 07 gennaio 2019, n. 138 – Legittimo il licenziamento del dipendente che è ingiustificatamente assente al corso di formazione in materia di sicurezza), con la quale la Corte ha rigettato il ricorso di un lavoratore licenziato da un’azienda “per non avere preso parte alla formazione obbligatoria sull’accordo Stato-Regioni”, stabilendo, di fatto, che chi non partecipa alla formazione per la sicurezza sul lavoro è licenziabile. Il ricorso del lavoratore in questione è stato dunque respinto, con conseguente riconoscimento della legittimità della lettera di licenziamento.

La sentenza, in questo modo, si pone in assoluta sintonia con il Testo Unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro (noto anche con l’acronimo TUSL), ovvero un complesso di norme della Repubblica Italiana emanate con il Decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81 per stabilire l’obbligo, da parte del lavoratore, di “osservare le disposizioni e le istruzioni impartite dal datore di lavoro, dai dirigenti e dai preposti, ai fini della protezione collettiva e individuale” e, nella fattispecie, che abbia l’obbligo di “partecipare ai programmi di formazione e di addestramento organizzati dal datore di lavoro” (articolo 20 commi 1 e 2 lettera h).

La decisione dei giudici, in sostanza, rimarca due aspetti fondamentali nell’ambito della normativa antinfortunistica: da un lato si evince con forza che la tutela della propria incolumità è un dovere, così come sancito dal TULS, dall’altro emerge forte e chiaro che non aderire alla formazione in materia di sicurezza fa scemare il rapporto di fiducia tra datore e lavoratore. Se viene meno l’assoluta fondatezza di questi due concetti può verificarsi, come è avvenuto, il licenziamento per giusta causa.

In tale contesto, tuttavia, i datori di lavoro devono dimostrare d’aver offerto strumenti adatti ed accessibili per pretendere dai lavoratori l’osservanza dei propri obblighi. Il quadro che ne viene fuori tende chiaramente a superare il modello “iperprotettivo” che determina unicamente il lavoratore come soggetto da sottoporre a tutela, e ad abbracciarne uno di tipo “collaborativo“, che al contrario lo inquadra come parte attiva e indispensabile di tutto l’ingranaggio.